Domenica 11/01/2009 a 10 anni dalla sua scomparsa, su RaiTre, Fabio Fazio, ha dedicato una puntata speciale al grande compositore, paroliere, poeta Fabrizio De André.

Descrivere in due parole De André, non è semplice e si cadrebbe nel banale. Un grande artista, un poeta, un compositore. Fabrizio era soprattutto un uomo libero e trasmetteva questa sua libertà attraverso la sua musica.

Musica raffinata e colta, come dimostrano i soli 15 album in più di 40 anni di carriera.

Quella che segue è la riproposizione della serata dedicata a De Andè, chiamata semplicemente Fabrizio 2009, con alcune mie considerazioni e pensieri. Spero gradiate questo mio minuscolo omaggio ad un grande uomo.

La serata inizia con “Le nuvole” recitata da Luciana Littizzetto assieme a Lalla Pisano, che aveva partecipato anche all’album “Le nuvole” (1990)

(Nota personale: “Le nuvole” è stato il primo album che mi sono fatto prestare da qualcuno. È stato il primo disco di De André che ho scelto di ascoltare e che mi è piaciuto. È il mio primo incontro con Fabrizio.)

Subito dopo, Lucio Dalla, con Marco Alemanno, ci regalano una interpretazione di Don Raffaè, sempre dell’album “Le nuvole”

A riguardo di questa canzone, la moglie di Fabrizio, Dori Ghezzi, parla di uno scambio epistolare tra Raffaele Cutolo e Fabrizio De André. Cutolo ringraziava Fabrizio per avergli dedicato questa canzone. La risposta di Fabrizio fu che non era così ma che Cutolo era libero di riconoscervi se lo credeva. Più tardi nella trasmissione verrà mostrata una copia di questa lettera, in cui, come fa notare Giovanna Zucconi dal “Centro studi De andré” di Siena, De André scrivendo l’indirizzo di Cutolo omette la parola carcere. Un grande segno di sensibilità.

A seguire Gianna Nannini interpreta “Via del Campo” (da “Volume 1”, 1967) , questa sembra essere la prima interpretazione femminile di questa canzone:

(Nota personale: canzone di una poeticità straordinaria con quel verso “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”. Più tardi la Littizzetto ha fatto notare che “Fabrizio, non ha detto quanto tempo ci impiega il bulbo a nascere, perché a forza di mettere letame qui…”)

88 sono i luoghi siano essi piazze, vie, strade, teatri o scuole.

Ed è proprio da una scuola che il professore più famoso della musica italiana, Roberto Vecchioni, ci fa ascoltare due canzoni “La guerra di Piero” (singolo del 1964, purtroppo solo accennata)

(Nota personale: “Perché gli uomini si devono parlare, devono arrivare a rimbecillirsi di parole.” queste sono più o meno le parole con cui Vecchioni commenta “La guerra di Piero”. Questa canzone, alle medie inferiori me l’hanno fatta studiare come poesia. Che bella che era anche se non la si capiva sino in fondo)

ed assieme a dei bambini, Vecchioni intona una filastrocca “Girotondo” (“Tutti morimmo a stento”, 1968), la guerra vista dai bambini

Mentre qui potete seguire l’intero intervento di Vecchioni. Ascoltare un professore ogni tanto è interessante:

Rimanendo un po’ sull’argomento, Franco Battiato interpreta in modo toccante “Inverno” (“Tutti morimmo a stento”, 1968), che si può veder un po’ come la descrizione di un dopo guerra…visto dai grandi. La neve cade, sembra ripulire tutto.

(Nota personale: il trasporto e la commozione sono ben visibili. Tanto che alla fine, Dori Ghezzi si avvicina a Battiato e gli sussurra “temevi di non riuscire a finirla”, molto commovente)

Per i fortunati che hanno assistito ad uno dei concerti di Faber, nomignolo affibbiato a De André dall’amico di infanzia Paolo Villaggio, sapranno che i concerti iniziavano sempre con una canzone, sempre la stessa “Bocca di rosa” (“Volume 1”, 1967).

Questa è l’interpretazione data dalla PFM, Premiata Forneria Marconi, proprio nella trasmissione in ricordo di Fabrizio.

(Nota personale: “Bocca di rosa” è stata in assoluto la prima canzone che ho sentito di Faber. Avevo si e no 8 anni. Canzone praticamente imposta da una mia cugina più grande di me. Mi ricordo che rimanevo a chiedermi perché una persona con un nome così bello doveva essere trattata così male. Solo anni dopo ho capito…)

A seguire, continuando l’ipotetico dialogo sull’amore sacro e quello profano che concludeva “Bocca di rosa”, Antonella Ruggiero interpreta “Ave Maria” (tratta dal disco “La buona novella” del 1970).

Andrea Bocelli, ha interpretato “Canzone dell’amore perduto” (singolo del 1966)

(Nota personale: una canzone che io non riesco a sentire. Scusate se non commento oltre. Mi tocca troppo)

“La città vecchia” (singolo del 1965), viene interpretata dall’unico cantante italiano che ha il look abbastanza alcolico per cantarla Vinicio Capossela.

(Nota personale: Certo che Fabrizio non usava mezze parole! E anche in una (apparente) canzoncina come questa, riesce lo stesso farci riflettere)

L’intervento successivo è quello che mi è piaciuto meno. Jovanotti che canta “Il suonatore Jones” (“Non al denaro non all’amore né al cielo”, 1971) nel cimitero di Spoon River!
L’intervento inizia con Jovanotti che legge alcuni passi dalla poesia introduttiva di “Antologia di Spoon River” e poi…

(Nota personale: io l’ho trovato n gesto indelicato…forse sarò troppo bacchettone, ma se ci fossi io sotto una di quelle lapidi, non mi andrebbe di aver Jovanotti che strimpella una chitarra sopra la mia pancia!)

Dopo una discesa, ci può essere una risalita. E in questo caso la “risalita” porta i nomi di Nicola Piovani e di Eugenio Finardi. Piovani inizia suonando al piano “Storia di un impiegato” e verrà raggiunto poi da Finardi per interpretare “Verranno a chiederti del nostro amore” (“Storia di un impiegato”, 1973)

(Nota personale: commozione vera. Piovani ha iniziato a collaborare con Faber che era ancora giovanissimo, appena ventenne. Finardi ammette di aver sbagliato due parole.)

Antonio Albanese è l’unico a rendere omaggio a Fabrizio, presentando un suo pezzo “L’uomo bomba e la donna cannone”.

Il tutto è un bel pretesto per introdurre “Il bombaro” (“Storia di un impiegato”, 1973) interpretata da Samuele Bersani.

(Nota personale: questa canzone l’ho sempre associata a mio padre. Non che sia un bombarolo, ma ogni volta che parliamo di auto “vintage” mi ricorda di aver avuto una FIAT 600 targata Belluno. In quel periodo, nella provincia di Belluno c’erano dei bombaroli che rivendicavano una qualche indipendenza. Mi dice sempre che tutti lo guardavano male quando si fermava fuori ad un bar con quell’auto!)

Il momento più magico, si è avuto con l’ascolto di “Amore che vieni amore che vai” (singolo del 1966) cantata proprio da Fabrizio. Contemporaneamente, circa 300 radio in tutta Italia, hanno trasmesso il pezzo.

(Nota personale: le canzoni d’amore di De André, mi fanno stare veramente male! In loro mi riconosco fin troppo. Anche questa, nonostante il possibile “amore che viene” mi lascia molto malinconico.)

Dopo questa magia, 300 radio che trasmettono all’unisono la stessa canzone, pensate a quante persone l’avranno sentita, pensate al semplice gesto di cambiare canale e di sentire ancora la stessa canzone, se non è magia poco ci manca, Piero Pelù ha interpretato “Il pescatore” (singolo del 1970), in una interessante versione acustica.

La forza Rock di Pelù è intatta e ben si sposa con questa canzone.

(Nota personale: ma il pescatore che trovano le guardie, è il vecchio o è l’assassino?)

Da un rock all’altro, incontriamo Edoardo Bennato e Massimo Bubola che cantano “Quello che non ho” (da “Fabrizio De André (L’indiano)” per via dell’indiano dipinto sulla copertina, 1981)

Quando ho aperto questo blog, mi sono segretamente riproposto di non parlare mai di alcuni cantanti. Uno di questi è Tiziano Ferro che ha reso omaggio con “Le passanti” (Canzoni, 1974)

(Nota personale: mi devo ricredere. Tiziano sei bravino. Se la smetti di cantare canzonacce…potrei anche scrivere qualcosa su di te. Il pezzo è una traduzione di “Les Passantes” di Georges Brassens, tratta da una poesia di Antoine Pol)

Ormai il programma è in chiusura, mancano solo due canzoni “Smisurata Preghiera” (Anime salve, 1996) interpretata da Ivano Fossati

e “Creuza de mä” (Creuza de mä, 1984), cantata da Mauro Pagani e dal figlio Cristiano De André direttamente dal porto di Genova.

(Nota personale: i due gabbiani che passano dietro aggiungono ancora un po’ di poesia al tutto)

Se mi è possibile, vorrei chiudere questo post condividendo con voi una convinzione: De André è come il vino invecchiato. Ha espresso il meglio di se negli ultimi dischi, dopo anni di lavoro, di fatica, anni di maturazione. Ma come il buon vino, per essere apprezzato, richiede in chi l’assapora altrettanta preparazione e maturità.

Stretti stretti alla capoccia i pidocchi fan la doccia

Al prossimo venerdì.

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