E’ british, decisamente british, ma non è una canzone dei Beatles, nemmeno una Mini Cooper verde bottiglia, non è la Union Jack e neanche il te delle cinque servito con il latte.
Inoltre da qualche giorno a questa parte ci ha decismente “salvato la vita”.
Vi state domandando di cosa diavolo sto parlando?

Della PIOGGIA!

Che come saprete è molto frequente nel Regno Unito (tanto da esserne decisamente un simbolo).

E perche’ mai ci avrebbe “salvato la vita”? Ve lo dico dopo, intanto ho deciso che  l’argomento di questa settimana sarà proprio la pioggia, e la mia intenzione è quella di farvi vedere come ne parlan0 alcuni artisti.

Iniziamo con uno dei più importanti poeti italiani: Gabriele D’Annunzio con: “La Pioggia nel Pineto”

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde

al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Vi consiglio di non spaventarvi per la lunghezza di questa poesia, e di cercare di dimenticare se alle elementari ve l’hanno fatta studiare e imparare a memoria “a forza”.

Piuttosto leggete le parole immaginando le scene descritte: una coppia di innamorati che si ritrova in un bosco durante una pioggia estiva, gli odori emanati dal bosco rinfrescato dalla pioggia e i due protagonisti che si fondono idealmente  con gli elementi stessi del bosco.

Il tutto accompagnato dal ritmo dei versi, con questo: “piove” che si ripete quasi ossessivamente ricordando le gocce di pioggia che cadono ininterrottamente.

Secondo me si tratta di una delle migiori poesie di D’Annunzio.

Cerchiamo di mantenere alta l’intensità poetica, passando dai versi scritti da D’Annunzio a quelli cantati dai Negramaro con “Cade la pioggia”

Il video è molto suggestivo, i componenti della band camminano lungo una strada che sembra non portare da nessuna parte, in formazione a “V” un po come gli uccelli migratori.

Il cantante li segue camminando all’indietro, e sembra voler tenere in contatto chi guarda il video con gli altri suoi “compagni di viaggio”.

Anche in questo caso la pioggia fa da sfondo ad una storia d’amore, pero’ stavolta la storia è finita o sta per finire, e la pioggia sembra quasi lavarla via lasciando una scia d’acqua sporca.

Devo dire che l’intervento di Jovanotti non mi sembra portare un granchè al brano, si passa dalla melodia struggente di Giuliano dei Negramaro, al “rap all’italiana” decisamente troppo “parlato” di Lorenzo, che secondo me ci fa un po’ la figura del “coniglio bagnato” (visto che si parla di pioggia ;-))

Le cose vanno meglio quando Jovanotti canta da solo la sua “Piove”

Mi viene voglia di definirla la versione un po  “tamarra” della poesia di D’Annunzio, infatti gli ingredienti ci sono più o meno tutti: l’anafora consistente nella ripetizione del “piove” a rappresentare l’insistenza delle gocce di pioggia, la pioggia che fa sfondo alla storia d’amore, la fusione con la natura.
Pero’ in fin dei conti lo trovo un brano piacevole.

Sempre amore e sempre pioggia per uno dei video più belli dei Guns ‘N Roses, ‘November rain”:

Siamo nel 1992, I Guns sono la band del momento ed i loro video sono praticamente dei film, nella fattispecie la “collaborazione” con l’orchestra rende il brano davvero speciale.
La pioggia entra in scena circa a tre quarti del brano, accompagnata dal ritmo incalzante delle percussioni e dall’assolo alla chitarra da parte di Slash (che per l’occasione sale sul pianoforte), ma non si tratta di una pioggia estiva, è proprio una pioggia di novembre, cupa triste e crudele, tanto da portarsi via per sempre la sposa di Axl.

In tutte queste interpretazioni, cosi come nella nostra percezione  la pioggia è sempre descritta come: fastidiosa, noiosa, triste, malinconica e un po’ surreale.

Io invece vi invito a rivalutarla, perchè ci ha liberati dal caldo insopportabile che ci ha attanagliato durante le scorse settimane, e praticamente ci ha “salvato la vita”.

Poi  volevo anche farvi notare che deve piovere per poter andare a vedere cosa c’è alla fine dell’arcobaleno (ovviamente insieme a Israel “IZ” Kamakawiwo’ole)

Adesso però devo lasciarvi, sono arrivato quasi alla fine dell’arcobaleno, se tornate venerdì vi racconto cosa ho trovato.

Ciao a tutti

Roberto