A pensarci fa impressione no?

Pubblicare solo 2 dischi…

Questo è tutto quello che è riuscito ad incidere Jeff Buckley, 1966 – 1997.

Il suo primo disco esce nel 1994, si intitola “Grace”.

Disco, che incentrato tutto sulla voce di Jeff, ebbe nascita tormentata inizialmente previsto per l’inizio dell’anno fu pubblicato solo ad agosto.

Nel disco sono presenti la title track “Grace”

(Nota personale: un rock coinvolgente che ti cattura fin dalle prime note)

la stupenda cover della “Hallelujah” di Leonard Cohen, da molti ritenuta anche superiore all’originale

e la bellissima “Lover, You Should’ve Come Over”

(Nota personale: è una canzone che se ti conquista non ti lascia più, una delle poche che ti lasciano qualcosa dentro. Sembra non dover mai arrivare veramente al punto, ma poi d’improvviso c’è un’esplosione e arriva quella frase: “she’s the tear that hangs inside my soul forever”, “lei è la lacrima che resterà sospesa nella mia anima per sempre” )

Sentendo questi tre esempi, risulta riduttivo definirlo solo come rock; è un lavoro diverso da quelli che si potevano trovare in quel periodo la critica lo definì audace.

Dopo la pubblicazione del disco, Jeff e la band furono in tournée promozionale per ben due anni. E solo nel 1996 iniziarono i lavori per il nuovo disco che doveva intitolarsi “My Sweetheart the Drunk”.

Le registrazioni del secondo disco iniziarono il giorno si San Valentino del 1997 e finirono circa un mese dopo. L’album composto da due dischi e 21 tracce, rimase incompiuto a causa della morte di Jeff avvenuta per annegamento.

La casa discografica, decise di pubblicare nel 1998 il disco usando il materiale registrato.

Dal disco, che fu pubblicato con il titolo “Sketches for My Sweetheart the Drunk” (cioè “Bozzetti per My Sweetheart the Drunk”) vi propongo la prima traccia e l’ultima di ognuno dei due dischi.

il primo si apriva con “The Sky is a Landfill”

e si chiudeva con “You and I”

Il secondo disco si apriva con “Nightmares by the Sea”

e presentava “Satisfied Mind” come ultimo pezzo

Certo il suono è molto differente rispetto al album. Risulta più difficile, sono sonorità meno immediate, più riflessive. Su tutto si sente una certa patina di incompiuto, di non rifinito, è anche per questo che l’album fu pubblicato con quell’aggiunta nel titolo.

Questa, per quanto riguarda le registrazioni in studio, è tutta la discografia di Jeff Buckley. Due dischi che, complice anche l’immatura scomparsa, ne hanno decretato la grandezza.

Al prossimo venerdì.