Ma è uno scherzo, oppure oggi finiamo questo listone?

Ecco a voi le ultime 10 posizioni della Top 500 della rivista Rolling Stone!

491. You Don’t Have to Say You Love Me, Dusty Springfield, 1966

(Nota personale: La versione originale era italiana e cantata da Pino Donaggio, che la presentò a Sanremo nel 1965 col titolo “Io che non vivo (senza te)”. A Dusty piacque la canzone e chiese ad un suo amico di tradurla in inglese. Tra gli altri cantanti che interpretarono questo pezzo c’è Elvis.)

492. Running on Empty, Jackson Browne, 1977

(Nota personale: l’idea della canzone deriva da come Browne si recava agli studio di registrazione: sempre con la macchina senza benzina (in inglese empty vuol dire vuoto e riferito all’auto significa senza benzina). La canzone divenne un inno alla “vita su strada”.)

493. Then He Kissed Me, The Crystals, 1963

(Nota personale: The Crystals sono lo stesso gruppo che trovate alla posizione 114 con la canzone “Da Doo Ron Ron”. Il loro produttore stava cercando una canzone che potesse essere il “seguito” (commerciale) del primo successo e gli propose questo pezzo.)

494. Desperado, The Eagles, 1973

(Nota personale: La canzone può essere interpretata semplicemente come la storia di un cowboy, ma nella produzione degli Eagles, non mancano altre canzoni che descrivono le difficoltà della vita delle star; quindi i “desperados” di questa canzone potrebbero essere proprio gli Eagles. La canzone ebbe una gestazione lunghissima: Don Henley iniziò a scriverla negli anni ’60 e riuscì a finirla solo negli anni ’70 dopo l’incontro con Glenn Frey.)

495. Shop Around, Smokey Robinson and the Miracles, 1960

(Nota personale: Eh, i consigli della mamma! In questa canzone consiglia al proprio figlio di provare più di una ragazza (letteralmente il titolo è “comprare in giro”) prima di sposarsi, in modo di essere sicuro di aver preso la migliore. La canzone fu scritta da Smoky in circa 20 minuti, ma vendette almeno un milione di copie.)

496. Miss You, The Rolling Stones, 1978

(Nota personale: forse la prima canzone che abbia mai riconosciuto come degli Stones: i “gridolini” sono un chiodo che ti entrano in testa, così come la batteria ossessivamente presente e sempre uguale. Proprio l’uso della batteria indispose alcuni fans, che “accusarono” gli Stones di aver sfornato un album con musica troppo “disco”. Questo però fece vendere benissimo il disco.)

497. Buddy Holly, Weezer, 1994

(Nota personale: Con un sapiente montaggio, il gruppo fu proiettato all’interno di quella serie mito che è “Happy Days”. La canzone non piaceva molto al cantante del gruppo Rivers Cuomo che voleva lasciarla fuori dal disco, ma poi si dovette ricredere.)

498. Rainy Night in Georgia, Brook Benton, 1969

(Nota personale: Canzone molto dolce che parla di un amore lontano (“la pioggia che cade e mi pare di sentire la tua voce che chiama”). Questo pezzo fu fondamentale per Brook che dopo anni senza successi, ritornò al top delle hit.)

499. The Boys Are Back in Town, Thin Lizzy, 1976

(Nota personale: Canzone suggerita al gruppo dai propri fans. Il gruppo notò che i loro concerti erano pieni di lavoratori che vi andavano per divertirsi e bere. L’idea fu quella di scrivere una canzone immaginando questi lavoratori che si scambiavano la notizia che “I ragazzi (cioè il gruppo) sono di nuovo in città”.)

500. More Than a Feeling, Boston, 1976

(Nota personale: Tom Scholz, laureato al MIT, lavorò a questa canzone per 5 anni prima di pubblicarla! La canzone fa parte del primo album della band, dal titolo “Boston”, che vendette circa 17 milioni di pezzi. Fu per anni l’album d’esordio che vendette di più e fu superato solo nel 2008 da “Appetite for Destruction” dei Guns N’ Roses’. )

E così finisce il listone.

Mi prendo un po’ di tempo per lasciarvi con due osservazioni.

La prima è che la rivista Rolling Stone ha tolto dal loro sito la possibilità di consultare questa lista e di lasciare i commenti su ogni pezzo. Una scelta che non capisco e non condivido.
Quindi, nel bene e nel male, “L’ascolto del venerdì” è uno dei pochi posti dove trovare tutto la Top 500.

La seconda è che la lista è incentrata sui cantanti “anglofili”. La cosa non solo è naturale, visto che la rivista è americana, ma spiega come inglesi e americani abbiano, dagli anni ’60 agli ’80, praticamente creato tutta la musica che ascoltiamo ancora oggi. Il rovescio della medaglia è che alcuni gruppi o cantanti che hanno fatto la storia qui da noi all’estero sono praticamente sconosciuti (butto lì un nome solo tra i tanti: Nomadi, vi dice niente?). Naturalmente questo vale anche per gli artisti degli altri Paesi.
Speriamo che nei prossimi decenni la musica italiana possa farsi valere in barba a tutti i vari reality e amici di conoscenti che ci vengono propinati senza un senso logico.

Al prossimo venerdì.