Facendo zapping m’è capitato di vedere un pezzo della storia della mia famiglia.

Mia mamma mi parla, qualche volta, di una certa zia Teresa, sorella di sua mamma, mia nonna che tra i vari lavori che fece ci fu quello della mondina, trasferendosi dalle pianure del Veneto fino ai campi piemontosi.

Breve storia: nell’immediato dopo guerra uno dei lavori stagionali che le donne potevano fare era quello della mondina, cioè della contadina in risaia che per ore rimaneva immersa nell’acqua del campo, in cui era coltivato il riso, con lo scopo di estirpare, mondare, le erbacce e piantare nuove pianticelle di  riso al posto di quelle che morivano.

Era un lavoro durissimo, mal pagato, nel film che è il titolo di questo post le mondine venivano pagate con qualche chilo di riso e pochi soldi.

Durante il lavoro le mondine cantavano, e mia mamma e mia nonna qualche volta dicevano la frase “La Teresa aveva una bellissima voce”.

E un po’ mi pare di sentirla la “zia” che intona “Amore mio non piangere”

per spiegare al proprio amato che la propria pelle è stata rovina dall’acqua e dal sole che riverberava.

Ma c’erano anche canti di lotta e rivendicazione come “Le otto ore”

che rivendicava la necessità di un orario lavorativo più umano, oppure quelli dedicati alla fonte di questo “male” che era il Siur Padrun. Il padrone delle risaie quello che per mesi aveva sfruttato il lavoro delle mondine

“Siur padron”

o anche come “Saluteremo il Signor padrone”

che esprimono forse l’unico piacere che poteva dare il lavoro in risaia: quello che finalmente era finito.

Se ne avete la possibilità, vi invito a vedere il bel film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis uno dei padri del neorealismo, potrete così vedere un piccolo pezzo della storia della mia famiglia e forse anche della vostra.

Al prossimo venerdì.