Errore felice” così si intitola l’ultimo disco di Raphael Gualazzi.

Dopo i suggerimenti e le impressioni di Roberto (qui e qui), è il mio turno di invitarvi ad ascoltarlo assieme.

Raphael ci riceve nel suo nuovo lavoro, presentandosi seduto sotto una “catapecchia” che dopo un attento esame si rivela essere un pianoforte smembrato e ridisposto a costruire una casupola: la musica come casa.

Aprendo la confezione in “caronato delux” tutto sfumato in grigio-azzurro, possiamo ammirare, sulla sinistra, un profilo di Gualazzi con in spalla i resti di una tastiera bruciacchiata mentre sulla destra fa bella mostra di sé il CD completamente blue che si estrae dall’alto della confezione. Naturalmente la copia in MP3 è d’obbligo per non rovinare il supporto.

Il libretto con i testi completa la confezione. Curiosità: le pagine del libretto si alternano tra il bianco e il nero esattamente come i tasti nella tastiera di un piano.

Il disco inizia con due pezzi in inglese, il primo “Don’t call my name”

si fa notare per gli acuti, gridolini…, di Gualazzi e per la batteria che martella, ma meno del piano: ritmo coinvolgente energia in giusta misura.

Il secondo pezzo, invece, ci riporta indietro agli anni ’50 e pare di vedere Raphael al piano col suo bel frack e la cantante in tubino, che lascia poco all’immaginazione, cantargli accanto

Dopo questi due pezzi “stranieri” è il momento di sentire un po’ di musica di casa con i due pezzi presentati al Festival di Sanremo del 2013, “Sai (ci basta un sogno)”

pezzo che ci permette di gustare meglio anche il Gualazzi paroliere, cosa che possiamo fare anche nel brano che lo segue “Senza ritegno”

il brano che fu “scartato” al Festival. Personalmente penso che il “Sai (ci basta un sogno)” sia un brano molto più sanremese di questo, è più incentrato sui “buoni sentimenti” e forse senza quegli acuti (che non sono propri di Gualazzi) avrebbe fatto più strada.

Dopo queste due canzoni che regalano un po’ di energia, arriva una canzoncina semplice semplice, pare una di quelle che si cantano in gita col parroco per far passare il tempo al ritorno da una gita; e nel bus c’è lei, la ragazza che una volta stava con te “Baby what’s wrong”

ah, provate a cantarla in bus se ci riuscite! Non è per nulla una canzoncina!

E, forse, sempre nel ricordo della ragazza di prima nasce il pezzo “Seventy days of love”

che potrebbe benissimo essere la cover di Stevie Wonder tanto ne ricorda il soul e la bellezza stile anni ’70.

“Un mare in luce” è il pezzo che segue

con la batteria in sottofondo a fare le onde del mare e un’atmosfera da Cotton Club che ti fa temere che lei sia la “pupa del capo”.

“Improvvisazioni su temi di Amarcord

Musiche di Nino Rota, Film di Fellini, Capolavoro assoluto. Se non avete visto il film non potete apprezzare a pieno questo pezzo che profuma di Romagna, di tempo che fu, di Gradisca e di Tabacchiera e della maestosità del Rex.

Dopo un pezzo senza una parola ma sovrabbondante di note troviamo e di volute musicali troviamo “Beautiful”

pezzo prettamente pop che nulla ha da invidiare ad alcuni pezzi dei Beatles (anzi a me li ricorda proprio…)

In questo potpourri non può mance un saltare nei mari del sud con un bel mambo, “Mambo soul”

poi, personalmente a me il mambo non piace e quindi di questo pezzo non ne sentivo la necessità.

“I’m tared” è il pezzo che lo segue

e se non sapessi che è Raphael a cantare, lo attribuirei senza problemi a qualche gruppo soul di colore.

Qualcuno griderà allo scandalo sentendo il riarrangiamento di un pezzo di “nientepopodimenoche” Verdi tratto dal suo Rigoletto “Questa o quella per me pari sono”

per gli appassionati e i puristi della lirica si tratterà di un affronto, per gli altri è un pezzo di bravura, magari fine a se stesso, che però spero possa far venire la curiosità a qualcuno di sentire la versione origina di Verdi.

L’ultimo pezzo del disco è “Welcome to my hell”

che rifà il verso ad alcuni pezzi del soul che fu, e la cosa è sottolineata dalle voci femminili delle Puppini Sisters un trio musicale che canta con lo stile armonizzato.

Come sempre alla fine arrivano i voti.

Musica e testi: 6 e 1/2 .
Gualazzi è una bella sorpresa e mi piace veramente molto quando canta in italiano. I pezzi sono tutti orecchiabili, alcuni più riusciti di altri, ma questo è gusto personale. Le due riscritture, cioè le “Improvvisazioni si temi di Amarcord” e il pezzo tratto dal Rigoletto, sembrano un po’ aliene a tutta la logica del disco e risultano un po’ stranianti. Forse c’è un po’ troppo gusto di “già sentito” di “simile a…”.

Packaging: 5.
Bello il libretto con le pagine in bianco e nero come i tasti del pianoforte, ma è sempre il solito e detestato cartonato! Basta! Non ne posso più!

In definitiva:
Un lavoro da ascoltare più di una volta per ricavarne i pezzi che ci piacciono di più e, magari, metterli in una play list personalizzata. Acquisto obbligato se siete suoi fans; per tutti gli altri da valutare seriamente se volete ascoltare della musica non banale e di un livello elevato.

Al prossimo venerdì.

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