Raphael GualazziCalda estate (dove sei?)

Il ritornello dell’ottimo brano del grande Raphael Gualazzi che vi ho proposto in apertura chiede incessantemente una cosa: DOVE SEI?

E si tratta della stessa domanda che, da qualche anno, sento riecheggiare incessantemente dentro le mie interiora, il mio cuore, la mia testa, la mia anima …

DOVE SEI?
DOVE SEI?
DOVE SEI?

DOVE SEI?

Sapete chi sto cercando?

Sto cercando gli intellettuali, oppure un intellettuale (almeno uno). Qualcuno di straordinario che, grazie alle proprie capacità nel campo: della musica, della poesia, dell’arte, in generale della cultura, possa diventare una voce autorevole di denuncia della situazione politica, economica e sociale nel nostro paese e nel mondo.

Sto cercando qualcuno che sia consapevole di quello che dice e smascheri questo sistema politico corrotto e prono agli interessi dei “soliti noti”, qualcuno che denunci chiaramente, senza peli sulla lingua il sistema dei media mainstream che vomitano addosso alla collettività un mare di menzogne confezionate ad arte e che “instupidisce” tutti con una programmazione pessima.

Qualcuno che sia notevolmente “sopra la media”, non si trastulli nel godere del proprio successo, ma si dedichi alla gente comune.

Sto cercando qualcuno che dica ai politici: IO SO

Pier Paolo Pasolini – Io so

Qualcuno che abbia il coraggio di mettere tutti in guardia sugli effetti negativi del consumismo e dell’influenza dei mass media:

Io vi ho proposto Pasolini, un intellettuale che in periodi recenti ha svolto il compito di cui vi ho parlato.

Durante la storia ce ne sono sempre stati di intellettuali pronti ad infiammare il cuore della gente, e c’è sempre stato un popolo capace di ascoltarli e seguirli.

Oggi però le cose sembrano cambiate, il nostro paese come gran parte dell’Europa e del mondo occidentale e scosso da una crisi profonda non solo economica, e i cittadini non sanno fare altro che tradurre questo disagio in forma di “mi piace”, “non mi piace” su facebook.

La crisi è profonda, originata da scelte politiche ed economiche che vengono da lontano e richiedono analisi profonde per essere comprese, e la gente sa solo scandalizzarsi per le diarie dei parlamentari.

Gli unici “sprazzi di verità” si trovano fra le pieghe di Internet, e sono firmati da: giornalisti nevrotici, professorini universitari spocchiosi, oppure competi imbecilli che non sanno distinguere fra: Goldam & Sachs e la SPECTRE di 007.

Ma dove sono, gli INTELLETTUALI?

Quelli capaci di scrivere canzoni come questa:

oppure questa:

Beh a pensarci bene, l’autore di queste canzoni è ancora vivo e attivo, e si chiama Francesco De Gregori.

Quindi è lui l’uomo che cerco!

Ma forse no.

Vorrei proporvi una recente intervista rilasciata del cantautore romano ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera

Francesco De Gregori, sono sei anni, da quando in un’intervista al «Corriere» lei demolì la figura allora emergente di Veltroni, che non parla di politica. Che cosa le succede?
«Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, “no taxation without representation?”. Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi».

Cos’ha votato alle ultime elezioni?
«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com’è andata? No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull’elenco del telefono».

Dice questo proprio lei, considerato il cantautore politico per eccellenza? L’autore de «La storia siamo noi», per anni colonna sonora dei congressi della sinistra italiana?
«Continuo a pensarmi di sinistra. Sono nato lì. Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani che magari oggi nemmeno sanno cos’è il Pd. Sono convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita; anche se non credo che la ricchezza in quanto tale vada punita. E sono a favore della scuola pubblica, delle pari opportunità, della meritocrazia. Tutto questo sta più nell’orizzonte culturale della sinistra che in quello della destra. Ma secondo lei cos’è oggi la sinistra italiana?».

Me lo dica lei, De Gregori.

«È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me».

Alla fine la sinistra si è alleata con Berlusconi.
«Questo governo non piace a nessuno. Ma credo fosse l’unico possibile. Ringrazio Dio che non si sia fatto un governo con Grillo e magari un referendum per uscire dall’euro. Se poi molti nel Pd volevano governare con Grillo e io non sono d’accordo non è un dramma. Ora il Pd è di moda occuparlo, prendere la tessera per poi stracciarla. Non ne posso più di queste spiritosaggini».

Apprezza Letta?
«Le ho detto che seguo poco. Se mi chiede chi è ministro di cosa, magari non lo so. Quando viaggio compro sei giornali, ma dopo dieci minuti li poso e comincio a guardare fuori dal finestrino…».

Colpa dei giornali o della politica?
«Magari è colpa mia. Mi sento, mischiando Prezzolini e Togliatti, un “inutile apota”. Comunque nutro un certo rispetto per il lavoro non facile di Letta e di Alfano. Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'”inciucio”, al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l’ansia di non avere nemici a sinistra; io ho sempre avuto nemici a sinistra, e non me ne sono mai occupato. Ho votato Pci quando era comunista anche Napolitano. Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d’origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa “Dì qualcosa di sinistra”. Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l’unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».

Di Berlusconi cosa pensa?
«Berlusconi è stato fondamentalmente un uomo d’azienda. Nel suo campo e nel suo tempo una persona molto abile, non un vecchio padrone delle ferriere. Ha fatto politica solo per proteggere i suoi interessi, senza avere nessun senso dello Stato, nessun rispetto per le regole e, credo, con alle spalle una scarsa cultura generale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È imputato di reati gravi e si è difeso dai processi più che nei processi. Che altro vuole sapere? Aveva ragione l’Economist : Berlusconi era inadatto a governare l’Italia. Mi chiedo però anche se l’Italia sia adatta a essere governata da qualcuno».

Un premier non telefona in questura per far liberare un’arrestata dicendo che è la nipote di Mubarak, non crede?
«Certo. Andreotti non si sarebbe mai esposto così. Però, guardi, ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l’accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l’ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell’etica e dell’estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di “regime berlusconiano”: è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere. E ho trovato anche ridicolo che si sia appiccicata una lettera scarlatta al sindaco di Firenze per un suo incontro col premier».

Renzi appare l’uomo del futuro.
«Renzi è uno che ha sparigliato. Se il Pd avesse candidato lui probabilmente avrebbe vinto. Ma la scelta del termine rottamazione non mi è mai piaciuta, mi è sempre parsa volgare e violenta. E poi non sono più disposto a seguire nessuno a scatola chiusa».

Quindi non crede in lui? E non voterà alle primarie?
«Il verbo “credere” non dovrebbe appartenere alla politica. Non basta promettere bene e saper comunicare. E poi penso di non votare alle secondarie, si figuri se voterò alle primarie. Il Pd sta passando l’estate a litigare. E magari anche Renzi ne uscirà logorato».

Aveva acceso speranze Grillo e l’idea della rete come veicolo di partecipazione.
«Ho trovato inquietante la campagna di Grillo, il suo modo di essere e di porsi, il rifiuto del confronto, le adunate oceaniche. Condivido i tagli ai costi della politica e la richiesta di moralizzazione che viene da molti e che Grillo ha saputo ben intercettare. Molti elettori e molti eletti del M5S sono sicuramente persone degne e capaci di fare politica. Ma questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».

Con Veltroni avete fatto pace?
«Per quell’intervista mi saltarono addosso in molti, compresi alcuni colleghi cantanti. Qualcuno mi chiese addirittura “Chi ti ha pagato?”. Con Veltroni ci siamo incontrati per caso un paio di mesi fa al Salone del Libro a Torino, abbiamo parlato qualche minuto e credo che questo abbia fatto piacere a tutti e due. È sempre una persona molto ricca sul piano umano. Ma non mi andava di essere catalogato tra i Veltroni Boys».

Non c’è proprio nessuno che le piaccia?

«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all’apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».

Oggi non canterebbe più «Viva l’Italia»?
«Al contrario. Sono convinto che l’Italia abbia grandi chance per il futuro. E ogni volta che canto quella canzone sento che ogni parola di quel testo continua ad avere un peso. “L’Italia che resiste”, ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c’entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista “resistere resistere resistere”. “L’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora”. L’Italia che ogni tanto s’innamora delle persone sbagliate, da Mussolini a Berlusconi. Ma il mio amore per l’Italia, e per gli italiani, non è in discussione. Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».

L’autore di Viva l’Italia alle ultime elezioni ha votato per Monti ritenendo che “[…] avesse governato in modo consapevole in un momento difficile […]”, ovvero essere messi da un gruppo di speculatori alla guida di un paese, ed averlo messo in ginocchio devastandone l’economia è un atteggiamento CONSAPEVOLE, gli esodati della Fornero sono stati una scelta CONSAPEVOLE.

Alla domanda su cosa sia la “sinistra” nel nostro paese risponde:
“[…] «È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me». […]”

e non si ricorda di dire che si tratta di quella parte politica che con le privatizzazioni selvagge dei primi anni ’90 ha svenduto i gioielli industriali nazionali per quattro soldi, quella che ha introdotto il precariato (con il pacchetto Treu opera dell’omonimo ministro del governo Prodi), ovvero di una parte politica che ha approfittato della legittimazione della “brava gente di sinistra” (anziani magari ex partigiani, operai, giovani idealisti, ecc…) per mettere in atto politiche di destra.

Se Il “cantautore politico per eccellenza” non ha nient’altro di più incisivo da dire, penso proprio che la mia ricerca sarà ancora lunga.

A venerdì prossimo.

Ciao a tutti.

Roberto.